Isabel Allende era l’autrice preferita di mia zia Sofia, a cui sono stata profondamente legata sin dall’ infanzia. Ricordo ancora oggi le sue lunghe traversate in auto per raggiungere la Calabria, a bordo di una Lancia Y elefantino di un blu intenso. Le sue visite, seppur sporadiche, mi rendevano felice. Adoravo ed ammiravo quella donna dai capelli lunghi, folti e scuri. Pendevo dalle sue labbra e sognavo un giorno di somigliarle, anche se di poco.

Negli anni ho girovagato tra gli scaffali di numerose librerie e il nome di Isabel Allende era sempre lì, pronto a farmi tornare indietro nel tempo. Spesso mi imbattevo in titoli già noti dell’autrice che conoscevo perché  visti stanziare periodicamente sul comodino di mia zia, in altri casi si trattava di nuove uscite. Della moltitudine sopracitata ne avrò acquistato e letto con piacere massimo due. Li comperavo, non perché venissi attratta dalla trama, bensì  per ritrovare -in quei racconti – i tratti di una  persona a me così  cara, seppur ogni tentativo risultasse vano.

Con l’ “Amante Giapponese”, è stato diverso.  A catturare la mia attenzione non è stato solo il titolo – già di per sé abbastanza intrigante – ma l’introduzione riportata sinteticamente sul retro copertina. 

Dalle prime righe, il lettore viene catapultato nel mondo della piccola Alma Belasco, una bambina completamente ignara delle brutalità che in quel periodo stavano interessando l’intera comunità mondiale. Il suo trasferimento negli Stati Uniti, rivelatosi successivamente  la sua salvezza, veniva visto dalla bimba come un’ingiusta e insensata privazione dai suoi affetti. Il legame quasi fraterno con suo cugino Nathaniel, però, rese la permanenza di Alma in America – lontano dai genitori e dalle persecuzioni che i Tedeschi operavano nei confronti della popolazione ebraica di cui faceva parte – quanto meno accettabile.

Lo stesso non potè sostenere Ichimei Fukuda, l’amico giapponese di Alma dal pollice verde, compagno di scorribande durante la giovinezza e primo amore della ragazza. Ichimei visse le discriminazioni a carico dei giapponesi, perpetuate subito dopo gli attacchi del Giappone agli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Conobbe sulla sua pelle: il freddo, la fame, il dolore, la paura, la vergogna dei campi di concentramento.

I mondi dei due giovani sembravano così simili, i loro destini scritti tanto da ritrovarsi dopo tanto tempo.

Eppure, nonostante la guerra fosse finita, le disuguaglianze tra ceti e le discriminazioni razziali continuavano ad esistere.

Il loro amore puro e appassionato, doveva essere consumato in gran segreto, lontano dagli occhi giudicanti di una società che non aveva ancora tratto insegnamento dalla storia e dal dolore che ad essa si era accompagnato. Ancora prima della società, forse, quella a nutrire pregiudizi e ad avere paura di uscire dagli schemi era proprio Alma,  diventata una donna colta ed indipendente, ma vittima della paura di perdere la condizione sociale che la vita le aveva concesso e con essa i vantaggi che ne conseguivano.

La relazione  tra Alma e Ichimei rimase un segreto per molto tempo, almeno fino a quando la vita della donna non si intrecciò con quella di Irina, una giovane donna Moldava con un passato segnato.

Tenuta a riparo, quella relazione rappresentó il più grande rimpianto di Alma e allo stesso tempo  il peggiore gesto di codardia che la donna avesse potuto compiere. 

Il racconto sembra voler mettere in evidenza due facce della stessa medaglia, da un lato le sofferenze di chi ha conosciuto bene e porta le cicatrici delle discriminazioni razziali e dei campi di concentramento, dall’altro lato la bramosia di voler occupare un posto, degno di essere definito tale, all’interno della societá da parte di una donna.

Non a caso il carattere intraprendente dimostrato da Alma, la sua caparbietà e le strabilianti capacità, mi hanno ricordato mia zia e alcuni passaggi del racconto sono state carezze per l’anima.

Costante dell’intera narrazione è, però, per tutti i personaggi, la ricerca della felicità e la convinzione che gli errori commessi in passato fungessero da ostacolo al suo raggiungimento.

La verità è che la felicità è intrinseca.

 Lo avrebbe capito anche Alma, forse troppo tardi, ed è quello che l’autrice vuole colga anche il lettore.

“Tutti nasciamo felici. La vita ci sporca lungo il cammino, ma possiamo pulirla.”

Di Maria

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