Cos’è una casa? Sono quattro mura e un tetto o è un posto a cui poter tornare? 

Se lo chiede per metà della sua vita Marianna, che di cognome fa Cosetta perché quando è nata non fu voluta.

Da allora ha passato l’esistenza a non essere scelta e ha capito di dover imparare a rendersi necessaria, se non per gli altri di sicuro per sé stessa. Ha conosciuto l’amicizia, ha amato, si è spinta ai confini del suo ceto sociale in un mondo ancora fatto di servi e signori. Ha perso tutto come se la sua vita fosse destinata a essere costruita con la sabbia, che appena evapora l’acqua non tiene più e crolla sempre da qualche parte. 

Nel mentre arrivano e passano la grande guerra e poi la seconda, e le bombe degli inglesi e gli americani che giravano nei paesi. Tutta roba di cui ho sentito già parlare, perché ho conosciuto un bambino di novant’anni che quelle bombe le scambiava per stelle: brillavano.

E proprio verso la fine questo libro comincia a fare male, sferrando colpi bassi che non meritavo, ad esempio che alla radio passasse proprio “Parlami d’amore Mariù” che per me questa frase si legge solo con la voce di mio nonno e ho paura quasi di sprecare le parole, di consumare questo disco nella mia testa. Come se ci fosse un numero limitato di ascolti disponibile nella mia memoria.

Però questo dettaglio mi ha dato la misura del tempo, e quando è stato il momento di salutare casa di Marianna io ho rivissuto le stesse sensazioni provate salutando casa dei miei nonni.

E come allora ho avuto l’impressione di avere tra le mani la vita di una persona cara come se fosse qualcosa di tridimensionale, di afferrabbile. Ma la vita non è un libro, non puoi metterla su uno scaffale quando la leggi e non ti piace.

E questo Marianna non l’ha mai fatto, nonostante tutta la polvere che si è dovuta scrollare di dosso pareva fatta non di pietra ma di tigna, quella potenza vitale che non concepisce e non accetta resa. È indipendenza necessaria, sopravvivenza; è che mancava lo zucchero e andava razionato. Così, anche quando ritrova l’amore che resta, che non vuole andare perduto, all’inizio lei raziona gli ingredienti, che l’amaro, quando c’è, non si può coprire. 

Girata l’ultima chiave nella serratura di una casa finalmente sua, girata l’ultima pagina di questo libro e l’ultima manovella del grammofono, è venuta da sè una nostalgia di una amica mai incontrata e della sua storia.

Di D.

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