Una storia di oppressione ambientata in una realta’ immaginaria che invita a riflettere sui diritti delle donne oggi.
Ho conosciuto Il racconto dell’ancella soprattutto attraverso la serie tratta dal romanzo di Margaret Atwood.
La storia è ambientata a Gilead, una società teocratica in cui le donne perdono libertà, identità e controllo sul proprio corpo. Le ancelle vengono considerate quasi esclusivamente per la loro capacità di procreare: private del nome e della famiglia, sono costrette a partecipare a rituali di fecondazione e a partorire figli destinati alle famiglie dei comandanti.
La serie colpisce perché mostra come l’oppressione possa diventare normale attraverso leggi, religione, propaganda e violenza. A Gilead il controllo non viene esercitato soltanto con la forza fisica, ma anche attraverso la cancellazione dell’identità, la separazione dai figli, il divieto di leggere e scrivere, la sorveglianza reciproca e la divisione delle donne in categorie rigidamente stabilite. In questo modo il regime trasforma la discriminazione in una regola sociale apparentemente inevitabile.
Il collegamento con il presente non significa sostenere che le società occidentali siano uguali a Gilead. La situazione descritta nella serie è un’estremizzazione distopica. Tuttavia, alcuni meccanismi di controllo ricordano problemi ancora esistenti.
In diversi Paesi del mondo, per esempio, alle donne vengono imposte restrizioni sull’abbigliamento, sulla possibilità di studiare, di lavorare o di uscire liberamente.
In Afghanistan, dopo il ritorno al potere dei talebani, alle ragazze è stato impedito di frequentare la scuola secondaria e l’università, mentre alle donne sono state imposte forti limitazioni nell’accesso al lavoro e alla vita pubblica.
In Iran, invece, l’obbligo del velo e la repressione delle proteste mostrano come lo Stato possa intervenire direttamente sull’aspetto e sul corpo delle donne.
Anche il controllo della maternità crea un legame con Gilead. In alcuni Paesi l’accesso all’aborto è stato fortemente limitato o vietato, costringendo molte donne a portare avanti gravidanze indesiderate anche in situazioni di difficoltà economica, violenza o rischio per la salute. Negli Stati Uniti, dopo la sentenza Dobbs del 2022, diversi Stati hanno introdotto divieti o restrizioni molto severe sull’interruzione di gravidanza. Questo dimostra che il diritto di decidere sul proprio corpo può cambiare in base alle leggi e agli orientamenti politici, invece di essere considerato definitivamente acquisito.
Un altro esempio riguarda la violenza domestica e il controllo all’interno delle relazioni. A Gilead le donne sono sorvegliate dalle autorità; nella realtà, alcune donne vengono controllate dai partner attraverso minacce, isolamento, controllo del denaro, del telefono e degli spostamenti. Anche quando non esiste una legge che nega formalmente la libertà, una persona può essere privata della propria autonomia attraverso la paura e la dipendenza economica. La violenza di genere, i femminicidi e le molestie dimostrano che il controllo sul corpo e sulle scelte delle donne non appartiene soltanto a società apertamente autoritarie.
Esistono poi forme più quotidiane e meno visibili di discriminazione. Le donne possono essere penalizzate nel lavoro a causa della maternità, ricevere stipendi inferiori o incontrare maggiori difficoltà nell’accesso a ruoli di responsabilità. In molti contesti ci si aspetta ancora che siano loro a occuparsi principalmente della casa e dei figli, mentre le loro scelte vengono giudicate più severamente.
Una donna può essere criticata se decide di non avere figli, se lavora molto, se si veste in un certo modo o se vive liberamente la propria sessualità. Questi giudizi non equivalgono alla violenza istituzionalizzata di Gilead, ma condividono con essa l’idea che la vita delle donne debba essere regolata secondo aspettative stabilite da altri.
Anche la propaganda e il linguaggio hanno un ruolo importante. Nella serie, il regime presenta la sottomissione come protezione e la privazione dei diritti come un ritorno all’ordine. Nella realtà, alcune limitazioni vengono giustificate sostenendo che servano a difendere la famiglia, la morale o la sicurezza delle donne. Questo tipo di argomentazione può essere ingannevole: proteggere una persona non significa impedirle di scegliere, studiare, lavorare o decidere sul proprio corpo. Quando la tutela viene usata per eliminare l’autonomia, può trasformarsi in una forma di controllo.
La serie mostra inoltre quanto sia pericolosa la normalizzazione graduale dell’ingiustizia. A Gilead i cambiamenti non avvengono tutti nello stesso momento: prima vengono limitati alcuni diritti, poi le donne vengono escluse dal lavoro e private del denaro, infine vengono separate dalle famiglie e sottoposte a un controllo totale. Questo processo ricorda che anche nella realtà le libertà possono essere indebolite poco alla volta, attraverso leggi, decisioni politiche, discriminazioni tollerate e silenzi collettivi.
Il messaggio della serie è quindi chiaro: i diritti devono essere difesi ogni giorno, perché ciò che sembra impensabile può diventare normale poco alla volta. Il racconto dell’ancella non predice necessariamente la nascita di una società identica a Gilead, ma invita a riconoscere i segnali del controllo: la limitazione dell’istruzione, la sorveglianza del corpo, la negazione dell’autonomia economica, la violenza e l’uso della religione o della morale per giustificare la disuguaglianza.
Per questo la storia rimane attuale. Gilead è una realtà immaginaria e radicale, ma le domande che pone riguardano anche il presente: chi decide sul corpo delle donne? Chi stabilisce quali libertà siano accettabili? E cosa accade quando una società smette di considerare l’uguaglianza un diritto fondamentale? La risposta dipende dalla capacità di riconoscere le discriminazioni, contrastare la violenza e difendere concretamente l’autonomia di ogni persona.
Il finale dell’articolo, cioè che i diritti vanno difesi ogni giorno, mi ha lasciato una riflessione che condivido volentieri con chi legge. Viviamo in una democrazia in cui i diritti vengo dati, probabilmente, per scontati e forse per questo ci distraiamo e non badiamo al fatto che a quel diritto ci mette poco a diventare fragile, ancora meno a scomparire. Gilead non è arrivata dall’oggi al domani, si è costruita un pezzo alla volta, tra persone convinte che la cosa non le riguardasse.
Per questo credo che la sensibilizzazione sia oggi uno strumento fondamentale quanto le leggi: informare, educare i più giovani a riconoscere i segnali di controllo, parlare di consenso e parità già a scuola, dare voce a chi spesso non ne ha. Le leggi contro il popolo (o parte di esso) arrivano quando si è incoscienti o ignoranti. Bisognerebbe davvero, con coscienza, concentrarsi sull’istruzione. Nel racconto alle donne è vietato leggere, e questo dice molto poiché senza le parole per nominare un’ingiustizia è difficile riconoscerla. Oggi nessuno ci proibisce di leggere, ma ci stiamo abituando a fermarci ai titoli, agli slogan, alle opinioni già pronte. Il pensiero critico va allenato, a scuola e a casa, altrimenti si perde senza che nessuno se ne accorga.
Proviamo, ognuno nel suo piccolo, a chiederci più spesso da dove arriva ciò che ripetiamo, sarà sorprendente (anche per i più istruiti) comprendere le dinamiche del nostro pensiero.
Bell’articolo