Ho ripreso in mano “L’educazione sentimentale”, ritrovandomi a sottolineare – con uno sguardo più maturo rispetto alla prima lettura di qualche decennio fa – alcune pagine che paiono scritte per il nostro tempo. Sebbene il tema centrale del romanzo sia notoriamente l’amore del giovane Fredéric Moreau, sullo sfondo emergono anche verità corrotte come la fragilità degli ideali dinanzi alla convenienza personale.

Flaubert e l’eterno opportunismo umano.


Il romanziere francese, infatti, possiede quella rara capacità di cogliere qualcosa di permanente nell’umano; qualcosa che nessuna rivoluzione, nessun progresso, nessuna buona intenzione riesce davvero a scalfire.
Siamo nella Francia del 1848, nel pieno del fermento contro Luigi Filippo I di Francia, e alcuni personaggi discutono di giustizia, ideali e rivolta. Le intenzioni sembrano nobili, ma Gustave Flaubert non si ferma alla superficie delle parole né alle apparenze: da autentico maestro del Realismo, fa emergere una realtà ben meno edificante. Dietro i grandi valori si nascondono calcolo, interesse personale, ossessione per il potere, falsi moralismi, ambizione sociale, ipocrisia, opportunismo, conformismo e trasformismo politico e morale.
Sullo sfondo di una trama sentimentale dunque, l’opera del romanziere di Rouen descrive pienamente questa miseria morale, offrendo un affresco sociale in cui il degrado anzidetto diventa il principale regolatore dei rapporti umani; in essa emergono figure, apparentemente secondarie, che si adattano con disinvolta elasticità al vento dominante e che si adeguano a qualunque sistema pur di preservare i loro vantaggi, anche a costo di calpestare principi e valori universali e democratici.
Purtroppo, l’uman genere – passatemi la licenza poetica del termine – nel romanzo come nella realtà muta posizione e opinione con sorprendente agilità, tenendo sempre un occhio socchiuso sul proprio tornaconto, anche mentre proclama la necessità di abbattere un sistema ritenuto ingiusto: rimodula il pensiero, rivede le convinzioni e, con spregiudicata disinvoltura, rinnega quanto sostenuto poco prima, dimenticandosi del prossimo e dei valori civili.

Dalla critica del sistema al vantaggio personale: l’opportunismo nella realtà contemporanea e il familismo amorale.


Ebbene, ciò che maggiormente mi rattrista è che questo sistema sociale non sia invecchiato di un solo giorno e non conosca né genere né livello socio-culturale.
Al riguardo, vorrei aggiungere di aver visto e sentito persone criticare con veemenza sistemi distorti, muri di gomma, logiche perverse e favoritismi, invocando giustizia, trasparenza e trattamento imparziale.
Poi, però, è giunta la loro piccola ed insignificante “zolletta di zucchero” – un riconoscimento, un vantaggio, una porta socchiusa – e il loro zelo si è dissolto con una rapidità imbarazzante: il radicalismo di ieri si è trasformato nel conformismo di oggi, e loro, ahimè, hanno persino trovato il modo di giustificarlo.
E forse non si tratta soltanto di semplice opportunismo individuale, ma di qualcosa che rimanda a dinamiche più profonde che anche la letteratura sociologica ha tentato di descrivere in termini strutturali.

In questa prospettiva, con una certa cautela interpretativa e più come analogia suggestiva che come teoria calzante al caso, si potrebbe evocare il concetto di “familismo amorale” elaborato da Edward C. Banfield, inteso come tendenza a privilegiare il vantaggio del proprio “cerchio ristretto” rispetto a principi astratti e universalistici.

Trasformismo morale e l’interesse personale

Ma, al di là della possibile chiave interpretativa sociologica, ciò che appare davvero problematico non è tanto la scelta di perseguire un interesse personale, quanto il modo in cui tale scelta viene successivamente rappresentata o giustificata. Tuttavia, forse, è proprio questo l’aspetto più amaro: non il cambiamento in sé – poiché gli esseri umani mutano, ed è naturale che sia così – bensì la totale assenza di onestà intellettuale rispetto a quel mutamento. L’incapacità, o forse la riluttanza, di ammettere apertamente di aver scelto il proprio interesse anche quando ciò ha significato sacrificare principi proclamati e condivisi fino al giorno prima e comprimere, inevitabilmente, aspettative, possibilità o legittime istanze altrui.
È precisamente questo il disvalore che intendo significare.


I francesi hanno tramandato, forse per ragioni investigative, un’espressione che si adatta perfettamente a quanto sto sostenendo: “Cherchez l’argent”, cercate il denaro dietro ogni mistero.

La formula nasce, con tutta probabilità, da una deformazione del celebre “Cherchez la femme”, cercate la donna dietro un’oscurità, reso popolare da Alexandre Dumas.

E’ nel vantaggio, nell’interesse personale, nella pecunia o in qualche altro ignobile movente che forse si cela la genesi dell’immutabile e misera inclinazione umana.

Quasi sempre è lì che si annidano le vere ragioni di un’improvvisa conversione “ideologica”, di un repentino mutamento di posizione, di un abominevole trasformismo.


E non mi riferisco certamente al trasformismo politico di Agostino Depretis, che, per quanto riprovevole, potrebbe trovare una qualche giustificazione nella comoda formula della “ragion di Stato”, bensì a un ben più ripugnante

“camaleontismo morale”.

La modernità di Flaubert: coerenza, ipocrisia e natura umana


Pertanto, a mio avviso, è proprio qui che risiede la modernità autentica del pensiero di Flaubert – che, tra l’altro, annovero tra i miei autori prediletti – non nel contesto storico, non nelle vicende amorose del giovane Frédéric Moreau, ma in questa osservazione spietata e malinconica della distanza che separa ciò che diciamo di essere da ciò che, concretamente, scegliamo di fare.
Flaubert non giudica i suoi personaggi con rabbia. Li osserva e li descrive con fredda lucidità, con “realismo”, per l’appunto.

Per certi versi, anche Antonello Venditti, in Compagno di scuola, denuncia con nostalgica lucidità – e con un realismo quasi flaubertiano – l’ipocrisia umana, parlando di chi, pur essendo cresciuto nelle lotte del ’68 finisce per piegarsi proprio a quel sistema che pretendeva di combattere: il compagno di un tempo, con gli ideali in tasca e la rabbia in testa,

è “entrato in banca”.

Si è sistemato, si è salvato ma, nel farlo, ha rinnegato se stesso e i valori per cui si era battuto.


Di conseguenza, la vera domanda da porsi non è se l’opportunismo esista, poiché esiste eccome, è sempre esistito e probabilmente sempre esisterà. L’interrogativo è un altro, assai più scomodo:

quanto siamo disposti a sacrificare di noi pur di stare dalla parte che ritenevamo giusta?


Ve lo dico io: rimanere coerenti con le proprie idee è privilegio di pochi. Dei più coraggiosi, dei più sensibili ed esposti, forse.

Di coloro che sono disposti a pagarne le conseguenze; e conseguenze di questo tenore si pagano a caro prezzo soprattutto sul piano morale.


Sono questi gli effetti orribili dell’opportunismo, dell’ipocrisia e del tradimento.
Valete.

Di Enzo G.

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