C’è una sensazione che avverto quando osservo certe vicende: se sei una persona civile, mite, rispettosa del prossimo, alla fine sei anche quella sulla quale – se commetti un errore – lo Stato riesce a esercitare tutta la propria forza.


Se collabori, se sei rintracciabile, se non appartieni a contesti criminali o violenti, la macchina amministrativa e giudiziaria funziona. Eccome se funziona. Segnala, verifica, contesta, interviene. Talvolta con una rapidità e una determinazione che impressionano.


Torno sulla “mamma dei bambini del bosco”.

Da quello che emerge, vedo una donna tranquilla, istruita, che ha scelto uno stile di vita certamente particolare.


Naturalmente non conosco gli atti e non ho gli elementi per giudicare il merito della decisione. Se i giudici hanno ritenuto necessario intervenire, avranno valutato circostanze che io non conosco.

Tuttavia, questa vicenda pone una domanda che va oltre il singolo caso.
Come funziona davvero la tutela dei minori nel nostro Paese?
Perché quando si tratta di una famiglia facilmente individuabile, arrivano le segnalazioni dei medici, l’intervento dei servizi sociali e il tempestivo provvedimento dell’autorità giudiziaria, mentre in altre situazioni sembra che tutto proceda con molta più lentezza?


Penso ai bambini che crescono nei campi rom in condizioni socio-sanitari estreme.

Penso ai minori costretti ad accattonare o coinvolti in attività illegali nelle stazioni e nelle metropolitane delle grandi città.

Penso ai figli delle famiglie mafiose, educati fin dall’infanzia a una cultura dell’illegalità.

Penso ai tanti bambini vittime di violenze domestiche che continuano a vivere nel silenzio generale.


In questi casi dove sono le segnalazioni?

Dove sono gli interventi immediati?

Perché tante situazioni note a tutti restano invisibili allo Stato?


Perché medici, scuola, assistenti sociali e magistrati non intervengono?

La percezione è che lo Stato riesca a essere inflessibile soprattutto con chi è già disposto a rispettarne le decisioni. Mentre incontra molte più difficoltà quando deve entrare nei territori dell’emarginazione, della criminalità organizzata, della violenza radicata o della povertà estrema.


Forse questa percezione è ingiusta.

Forse non tiene conto delle complessità che stanno dietro ogni singolo intervento. Ma resta una sensazione diffusa, che merita almeno di essere discussa.
Perché la tutela dei minori dovrebbe essere una cosa seria sempre.

E soprattutto dovrebbe essere uguale per tutti e lo Stato non dovrebbe avere paura di nessuno.

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