Nel suo saggio Con Parole Precise, Manuale di autodifesa civile, Gianfrico Carofiglio, che certamente non ha un pensiero politico a me affine, insiste su un punto condivisibile: il potere non si esercita soltanto attraverso le decisioni, ma soprattutto attraverso le parole. Il linguaggio politico non descrive la realtà, la costruisce. Quando le parole smettono di essere strumenti di chiarimento e diventano armi di consenso, la democrazia entra in una zona grigia, fatta di ambiguità, omissioni e narrazioni autoreferenziali.

Questa riflessione appare particolarmente calzante se applicata alla comunicazione degli amministratori locali in occasione degli eventi pubblici organizzati soprattutto per il Natale e il Capodanno, appena trascorsi.

Concerti, mercatini, spettacoli e iniziative varie vengono sistematicamente raccontati, soprattutto attraverso i social, come “grandi successi”, Una retorica trionfalistica che, nella maggior parte dei casi, prescinde da qualsiasi riscontro oggettivo.

Il meccanismo è ormai rodato. A evento concluso, il comunicato ufficiale dell’amministrazione viene pubblicato sui social con fotografie selezionate, spesso scattate in momenti e angolazioni che amplificano la percezione della partecipazione. I numeri, quando presenti, sono vaghi o iperbolici.

A sostenere questa narrazione interviene un secondo livello di mistificazione: i commenti. Sotto i post istituzionali compaiono decine di messaggi entusiasti, tutti simili per tono e contenuto, provenienti quasi sempre da persone, che magari non hanno neppure partecipato agli eventi, ma che esprimono compiacimento per quanto è stato fatto e nel contempo coprono di insulti chi esercita in modo più perspicace il suo diritto di critica.

Non si tratta di un consenso spontaneo, ma di una forma di manifestazione del senso di appartenenza. Lo ritroviamo tutte le volte in cui, anzichè esprimere una propria libera opinione su un testo legislativo, su un atto del governo, su una “assurdità” detta da questo o quel politico, si tende invece a condividerlo a prescindere da tutto: la condivisione politica ha sostituito l’analisi, l’appartenenza ha preso il posto della valutazione critica.

In questo contesto, i social diventano lo strumento perfetto. Non uno spazio di dialogo, ma una bacheca di legittimazione reciproca. Il post dell’amministratore trova conferma nei commenti dei sostenitori, che a loro volta trovano visibilità e riconoscimento. Un circuito chiuso, nel quale la realtà esterna – quella dei cittadini che non commentano, che criticano, che disertano gli eventi – non ha diritto di parola.

La mistificazione non sta dunque nell’evento in sé, ma nel linguaggio che lo avvolge. È qui che la lezione di Carofiglio diventa politica nel senso più profondo: recuperare precisione, onestà e responsabilità nelle parole significa restituire dignità al dibattito pubblico. Significa accettare che un evento possa andare bene, male o così così.

Quando il linguaggio diventa propaganda e i social una bacheca autoreferenziale, la realtà resta fuori campo. E le luci delle feste finiscono per illuminare più il racconto che i fatti.

Un pensiero su “Luci accese su niente: la mistificazione degli eventi pubblici.”
  1. Oggi purtroppo siamo meno liberi di prima!
    I social ci espongono al giudizio di un numero indeterminato di persone e questo spesso ci spaventa e ci impedisce di essere noi stessi!
    In una società civile ognuno di noi dovrebbe avere la consapevolezza che la libertà di pensiero, espressa senza mai perdere il rispetto per il prossimo, è lo strumento più utile per migliorare.

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