Il primo aggettivo che mi viene in mente dopo aver letto l’ultima pagina e che meglio descrive Il fuoco che ti porti dentro è “dissacrante”. L’autore racconta la vita e la morte di Angela, sua madre, e lo fa in modo talmente irriverente e sarcastico che, dopo qualche pagina, la domanda che mi sono posto è stata: che ragione c’è di scrivere un libro sulla propria madre per parlarne così male?
Il ritratto di Angela: una madre senza amore
Angela è incapace di dare e ricevere amore; non è né tenera né gentile con i propri figli. È l’esatto contrario della mater dulcissima citata nel libro, a cui Quasimodo si rivolge malinconico: “”Ma ora ti ringrazio, questo voglio, dell’ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua. Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori. E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli che come te aspettano, e non sanno che cosa.“
Angela non è ironica, non è mite, non sorride ed è vissuta soltanto per salvare se stessa.
Angela, che non ha mai avuto amici, vorrebbe insegnare ai figli che gli amici non servono: ti invidiano, rubano il tuo tempo. Non ha mai viaggiato, convinta di non avere nulla da imparare che già non sappia.
Angela è una donna volgare; anche la sua bellezza è volgare. Non riesce a trattenere la rabbia e, dopo un diverbio con un vicino di casa, arriva a dirgli: “Vi è morta una figlia e siete ancora così. Ve ne deve morire un’altra?”.
Il figlio prova vergogna e rabbia verso questa madre in perenne lotta contro tutti, che non va d’accordo con nessuno, neanche con se stessa, finendo per cambiare opinione solo per affermare idee contrarie a quelle di qualsiasi interlocutore con cui si trovi a parlare.
È incapace di mostrare affetto verso i figli: li disprezza, li umilia, quando non le sono semplicemente indifferenti. “Tu sei un animale insensibile, che tempo ci perdo a fare con te”: questo è quanto dice al figlio. L’autore arriva al punto di chiedersi: “Che c’entro io con questa donna? Cosa ho da spartire con queste carni da cui sono uscito e dalle quali tutto mi separa?”.
Il figlio odia questa donna, ne prova vergogna.
Per quale ragione Angela è così? Non sembra esserci una spiegazione al suo modo di essere, se non quel fuoco che ha dentro e che divora lei e chi le sta vicino.
Il senso della scrittura per Antonio Franchini
Il romanzo, finalista al premio Premio Campiello 2024, è sicuramente ben scritto, ricco di personaggi interessanti che, in qualche modo, si contrappongono ad Angela e che avranno un effetto salvifico per l’autore, il quale si legherà a loro molto più che a sua madre.
L’autore ha voluto presentarci sua madre rendendo onore al desiderio di lei — mai nascosto — di recitare una parte anticonformista e scorretta.
Forse è questa la ragione che ha spinto Antonio Franchini a scrivere Il fuoco che ti porti dentro.
Oltre il mito della maternità
Una considerazione che mi viene da fare dopo la lettura di questo libro è che la maternità, da sola, non è sufficiente a fare di una persona un essere migliore. Il fatto di essere madre non è indicativo del grado di umanità, dolcezza o bontà di una donna. Frasi che spesso sentiamo ripetere da alcune mamme e che iniziano con l’inciso “da madre posso dire…” — a cui segue una qualunque affermazione, anche delle più banali — sono, in verità, un tentativo abbastanza vacuo di dare forza alle proprie idee richiamando l’intangibilità della maternità.
Anche personaggi che ricoprono ruoli istituzionali importanti sentono sempre più il bisogno di rivendicare il proprio ruolo di madre, come se ciò desse maggiore credito al loro operato.
Il fuoco che ti porti dentro insegna che non è così: ci sono madri che non hanno nulla da insegnare ai propri figli, i quali probabilmente cresceranno bene lo stesso; madri incapaci di tenerezza e amore; madri per cui i figli proveranno vergogna e odio.
Ci sono persone che sono indegnamente madri e altre che, pur essendone degne, non lo sono mai diventate.
Mia madre è sicuramente più simile alla mater dulcissima di Salvatore Quasimodo che non a quella raccontata da Franchini, ma credo che mia madre fosse dulcissima già prima che nascessimo io e mia sorella; la sua maternità ha fatto sì che noi potessimo godere della sua dolcezza.




