Immaginiamo che la nostra esistenza, fatta di cose che spesso dimentichiamo di apprezzare, venga improvvisamente stravolta da un fatto nuovo e grave, che cambierà per sempre la nostra vita e quella di chi ci sta vicino. Come possiamo reagire? Saremo capaci di adattarci al cambiamento oppure faremo i conti con un Io diverso da quello di prima, finalmente uscito dalla prigione nella quale era rinchiuso?

A parere di chi scrive, il senso del libro L’uomo che guardava passare i treni è tutto qui.

Kees Popinga ha un ottimo lavoro in una fiorente azienda, una moglie dolce, due figli, una bella e invidiata casa; è un brillante giocatore di scacchi, è rispettato dalla cerchia sociale che frequenta ed è un punto di riferimento tanto nel lavoro quanto nella società.

Tutto questo lo teneva distante da ogni distrazione, dalle passioni e dai vizi comuni alle persone della sua età. Lui è l’uomo che guardava passare i treni, nel senso che guardava passare la vita degli altri, forse la sognava, ma se ne teneva lontano. La sua esistenza era imprigionata dalle proprie convinzioni morali.

Improvvisamente accade un fatto nuovo: il proprietario della ditta presso cui lavora gli rivela che la ditta il giorno dopo chiuderà, che ha debiti altissimi e che sarà destinata al fallimento, invitandolo a fare altro, perché lui scomparirà per sempre.

A quel punto, trascorsa la notte, al mattino seguente Popinga è un uomo nuovo. La perdita del lavoro non ha significato per Popinga soltanto perdere uno stipendio. Significa perdere il personaggio che per tutta la vita ha interpretato. Venuto meno il lavoro, vengono meno anche una parte delle sue certezze, il riconoscimento sociale e il sistema di regole che aveva tenuto sotto controllo desideri, pulsioni e tentazioni. Egli, quindi, abbandonerà la famiglia e prenderà quel treno che fino a quel momento aveva visto solo passare; condurrà un’esistenza in cui darà sfogo a tutte le tentazioni represse. Andrà con donne diverse, non potendo fare a meno di dormire ogni notte con una donna nuova, berrà alcol abbandonandosi all’ebbrezza, ruberà, arriverà persino ad uccidere e ferire; la sua diventa una continua discesa fino al baratro della paranoia e della pazzia.

Non è uno dei più bei libri di Simenon, ma la storia che racconta potrebbe essere attuale. Pensiamo a quanti, dopo aver trascorso gran parte della propria vita dentro un’azienda, perdano improvvisamente il lavoro. Non si tratta soltanto della perdita di un reddito. Possono entrare in crisi l’autostima, il ruolo familiare, le relazioni sociali, il senso di utilità e, soprattutto, l’idea che quella persona ha costruito di sé.

Popinga rappresenta l’esasperazione letteraria di questa crisi. L’uomo che guardava passare i treni, finalmente, sale su uno di essi. Ma il treno che avrebbe dovuto condurlo verso la libertà lo porta invece sempre più lontano da se stesso.

Liberarsi dalle proprie prigioni non significa necessariamente diventare più autentici.

A volte, senza quelle prigioni, non sappiamo più chi siamo.

Un pensiero su “L’uomo che guardava passare i treni di G. Simenon”
  1. Noi siamo quello che scegliamo di essere; la ns. scelta non ci imprigiona ma ci impone dei comportamenti per adattarci ad essa. Siamo sempre liberi di modificare la nostra scelta e adattarci ad altri comportamenti. Non è però così semplice scegliere chi vogliamo essere!

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