Michael

Da qualche settimana è uscito in Italia il film biografico che vuole raccontare le origini del mito di Michael Jackson, partendo dagli esordi con i Jackson 5, fino all’uscita dell’album cultissimo Thriller. 

La regia è affidata all’altalenante Antonine Fuqua, capace di girare perle come Training Day (Oscar al miglior attore per Denzel Washington) e opere di puro intrattenimento come Southpaw e The Equilazer, ma anche autore di opere più anonime. 

E purtroppo, con Michael, ci troviamo esattamente nell’anonimato.

Il difetto principale del film sono i personaggi e i rapporti tra essi. Le relazioni sono definite attraverso dialoghi didascalici che sanno di già visto, colmi di cliché. I personaggi secondari, importantissimi nella crescita e nella vita del protagonista, come il padre di Michael, Joseph  e i fratelli, non hanno sfumature, non hanno una profondità, risultano squadrati, disumanizzati.

Anche il nostro Michael risulta piatto, bidimensionale, non viene raccontato nulla di più rispetto a ciò che è già noto. 

L’occasione sprecata

I pregi del film sono due: la somiglianza di Jafaar Jackson nipote di MJ con lo zio, e le musiche travolgenti, scintillanti, uniche. Dont stop til you get enough, billie jean, thriller, beat it, e tante altre. Canzoni grandiose, uniche, che hanno incoronato Michael Jackson come il Re del Pop.

Ma quello che viene trasmesso sul grande schermo è una grandissima occasione sprecata.

Le situazioni non vengono raccontate, ma vengono trasposte in maniera asettica, le scene si susseguono cronologicamente senza una spiegazione, senza accompagnare lo spettatore nella trama. 

Il film non funziona, non racconta nulla, resta in superficie. Non approfondisce né la figura di Michael né quella delle persone che hanno contribuito alla sua scalata e, per finire, il colpo di grazia: il finale del film lascia aperto ad un secondo capitolo. 

In sintesi, per lo spettatore, Michael è una serie di scene piatte tra una canzone e l’altra. La visione per lo spettatore si riduce nell’attesa che arrivi il prossimo pezzo, la prossima hit, niente di più. 

Peccato.

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