Riflessioni di Giuseppe.

Non occorre essere esperti per capire che la messa in scena, venerdì 16 gennaio 2026, del Lago dei Cigni al Teatro Comunale di Lamezia Terme da parte della Russian Classical Ballet, una delle compagnie più autorevoli del panorama internazionale, sia stato uno spettacolo notevole per pregio artistico e rigore tecnico.

Prima che il sipario si aprisse, con la musica già iniziata, dalla platea si e’ levato un grido, isolato per la verità, ” Viva l’Ucraina, Viva la libertà”; poi il sipario si e’ aperto, gli interpreti sono entrati in scena e il silenzio ammirato del pubblico e’ calato nel teatro.

Vedere quegli artisti esibirsi, ammirare la grazia assoluta dei loro movimenti e il loro impegno, ha generato un effetto strano: il desiderio collettivo di non essere disturbati. Un altro minimo accenno di protesta, avrebbe suscitato in tutti noi un effetto sgradevole, un fastidio, avrebbe rovinato quel momento di estasi collettiva.

Non c’e’ stata nessuna protesta, solo applausi ad artisti eccezionali.

Stessa cosa avviene nello sport, tendiamo a invocare la purezza, a volerci godere lo spettacolo: fischiare un tennista russo o un calciatore russo ci sembra un atto incivile, e di fatto lo e’, un’offesa all’etica sportiva.

Non è colpa loro l’invasione dell’Ucraina non colpa loro ciò che decide e fa chi siede al Cremlino.

Ma c’è una verità più profonda che striscia sotto i velluti del teatro, l’erba dei campi da gioco e la terra rossa dei campi di tennis.

La verità è la nostra ipocrisia occidentale. Solidarizziamo da lontano, esponiamo bandiere sui balconi, ma non tolleriamo che la tragedia colpisca la nostra quotidianità. Ci sembra sgradevole un fischio di protesta prima di un’esibizione perché quel rumore ci ricorda che, mentre noi cerchiamo la catarsi nella bellezza, altrove si muore.

Vogliamo che lo sport e l’arte restino isole felici, zone franche dove la politica non può entrare. Ma è un privilegio che ci concediamo perché la guerra, per noi, resta un’immagine televisiva, un rumore di fondo che non disturba il sonno.

Ci siamo sentiti “giusti” nel non aver confuso l’arte con la politica.

Eppure, dovremmo avere il coraggio di ammetterlo: mentre noi ci godiamo il silenzio rispettoso della platea, c’è un altro popolo che ai fischi si è dovuto abituare. Sono i fischi lunghi, metallici e gelidi dei missili che solcano il cielo prima di schiantarsi sulle case, sui teatri, sulle vite altrui.

Quelli sono i fischi che non riusciamo a sentire dai nostri palchi numerati.

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