Le ragioni del NO secondo Ottaviano.
Mentre l’IDF (Forze di difesa israeliane) archivia per vizi procedurali il caso dei cinque soldati israeliani ripresi mentre abusano di un prigioniero, e Netanyahu li chiama “eroi”, mostrando al mondo cosa diventa la “giustizia” quando il potere protegge se stesso, in Italia il CSM, nel periodo febbraio 2023-dicembre 2025, ha pronunciato 82 condanne disciplinari nei confronti di magistrati, fino a 8 rimozioni. La differenza sta tutta qui: in una democrazia che regge, chi sbaglia paga. Per questo il 22 e 23 marzo votare sulla riforma della giustizia non significa scegliere un tecnicismo. Significa decidere se indebolire o no uno dei pochi argini rimasti tra i cittadini e l’arbitrio del potere. Quello che viene presentato come il referendum sulla “separazione delle carriere”, in realtà è molto di più: è una riscrittura dell’equilibrio costituzionale che tutela l’indipendenza della magistratura.
Il primo motivo per dire NO riguarda il processo penale. Oggi giudice e pubblico ministero appartengono allo stesso ordine della magistratura, entrano con lo stesso concorso, seguono una formazione comune e rispondono al CSM. Questo assetto non confonde i ruoli, ma garantisce che anche il PM sia soggetto soltanto alla legge e non a logiche di schieramento. Il PM, infatti, non ha il compito di vincere, ma di cercare la verità: deve svolgere accertamenti anche a favore dell’indagato (art. 358 c.p.p.) e, se mancano elementi sufficienti, deve chiedere l’archiviazione (art. 408 c.p.p.). Il giudice controlla questa richiesta e può disporre ulteriori indagini: è un primo filtro contro processi ingiustificati. Separare le carriere significa spingere il processo verso una logica più competitiva, dove l’accusa rischia di diventare sempre più una controparte e sempre meno un organo di giustizia. A perdere non sarebbero i magistrati, ma le garanzie del cittadino.
Non a caso Licio Gelli, nel “Piano di rinascita democratica” della P2, indicava anche la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Il secondo motivo riguarda la responsabilità disciplinare. Oggi, se un magistrato sbaglia, risponde davanti al CSM. Non è vero che si tratti di un sistema chiuso: nel CSM siedono anche membri laici, professori e avvocati eletti dal Parlamento. La riforma sposta questo potere su un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, con membri collegati a scelte parlamentari e con meccanismi di sorteggio. Il rischio è evidente: più distanza dall’autogoverno e più vicinanza alla sfera politico-istituzionale. Una magistratura davvero indipendente, negli anni, ha combattuto mafia, terrorismo e corruzione anche quando le inchieste toccavano centri di potere molto alti. Questa indipendenza non è un privilegio: è lo scudo dei cittadini davanti al potere.
Il terzo motivo è il più concreto. Questa riforma non risolve il vero dramma della giustizia italiana: i tempi.
Processi civili e penali restano lenti per carenza di personale, uffici sovraccarichi, burocrazia e organizzazione inefficiente.
Cambiare l’assetto costituzionale non accelera una sentenza, non aiuta le vittime, non dà risposte più rapide a famiglie e imprese. Per questo il 22 e 23 marzo votare NO significa difendere una giustizia autonoma, imparziale e davvero utile ai cittadini.
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Le Ragioni del SI secondo Giuseppe
Il dibattito sul referendum relativo alla riforma del sistema giudiziario si sta caricando di toni spesso apocalittici. Vi e’ la tendenza a politicizzare il voto, presentandolo come uno strumento per indebolire il governo di Giorgia Meloni. In realtà, dinamiche simili si sono già viste in passato: basti ricordare il referendum costituzionale promosso da Matteo Renzi, osteggiato da chi, a destra ma anche a sinistra, voleva ridimensionarne il ruolo politico.
Bisogna, però riflettere su un punto: i governi passano, le riforme restano.
Al centro della riforma vi è l’istituzione dell’Alta Corte alla quale saranno affidati – al posto del CSM – i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati giudicanti e requirenti. Essa sarà composta da quindici giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco di soggetti compilato dal Parlamento in seduta comune , nove estratti a sorte tra gli appartenenti alla magistratura con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgono o abbiano svolto funzioni di legittimità. L’obiettivo dichiarato della modifica è eliminare il peso delle correnti interne alla magistratura che erano decisive nell’ elezione dei membri del CSM.
Se un membro dei componenti del collegio è espressione di una determinata corrente, ci si chiede se possa giudicare con piena serenità un magistrato appartenente alla stessa area associativa.
È proprio su questo nodo che si concentra il senso principale della riforma: limitare il peso delle appartenenze interne per rafforzare l’autonomia delle decisioni.
A chi contesta che il sorteggio non premi i più meritevoli, si può replicare che nemmeno i comuni cittadini hanno la garanzia di trovarsi davanti a un giudice meritevole.
In ogni caso i magistrati, estratti a sorte, che faranno parte dell’Alta Corte – chiamato a “giudicare” altri magistrati – saranno comunque di comprovata esperienza, con anni di carriera alle spalle.
Un secondo punto del referendum riguarda la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, con la creazione di due CSM, uno per i magistrati giudicanti e l’altro per quelli requirenti, che continueranno ad avere le medesime funzioni di oggi, ad eccezione di quella disciplinare.
Oggi PM e Giudici appartengono allo stesso ordine giudiziario e condividono percorsi professionali che, nel corso della carriera, possono anche intersecarsi. I sostenitori della riforma ritengono che questa struttura possa creare una percezione di vicinanza eccessiva tra chi accusa e chi giudica. Per spiegare il problema potremmo usare una metafora sportiva: sarebbe opportuno che una partita tra Roma e Juventus fosse arbitrata da un tesserato juventino? L’analogia vuole suggerire che nel processo penale accusa e giudizio dovrebbero essere collocati in ambiti professionali distinti, affinché il giudice sia veramente terzo, in un processo ad armi pari tra chi accusa ( Stato) e chi si difende.
Così avviene oggi, ad esempio, nel processo tributario: da un lato l’Amministrazione finanziaria, rappresentata dai propri funzionari e dall’Avvocatura dello Stato, che in giudizio sostiene la legittimità della pretesa erariale; dall’altro il contribuente, assistito dai propri difensori, che tale pretesa contesta; infine il giudice terzo — la Corte di giustizia tributaria — estraneo agli uni e agli altri, cui spetta il compito di decidere la controversia.
Per concludere la Costituzione e’ un testo scritto da uomini in un particolare contesto storico, non immutabile ma discutibile e aggiornabile attraverso strumenti democratici. Il referendum, che risolverà solo qualcuno dei problemi della giustizia italiana, è un’occasione per confrontarsi sul funzionamento della giustizia e sull’equilibrio tra indipendenza della magistratura e responsabilità delle sue istituzioni, considerando che la separazione delle carriere tra PM e Giudici caratterizza i Paesi in cui la giustizia funziona più efficacemente.



Una giusta riflessione alle ragioni del Referendum, che purtroppo non è capito, perché politicizzato.