Per secoli ogni slancio e sforzo umano è stato veicolato verso l’ impellenza vitale di procurarsi il cibo. Dai primi uomini primitivi fino ai cosiddetti cacciatori raccoglitori.

Oggi invece viviamo un epoca in cui abbiamo eccessivo accesso al cibo, ad alimenti spesso ipercalorici o poco salubri.

C’è un allarmante nesso con ciò che stiamo vivendo oggi nell’ era dell’ infosfera ( termine coniato dal filoso esperto di comunicazione Luciano Floridi), dell’ infodemia,  dei  deep fakes e delle fake news.

Lo stesso schema gastronomico lo stiamo replicando con le informazioni.  Nel passaggio da internet all’ era dell’intelligenza artificiale ciò che consumiamo non è solo una enorme mole, sempre più crescente, di informazioni di scarso valore,  inutili e ultra- elaborate. Il problema è che queste informazioni sempre più facilmente disponibili aggirano molteplici funzioni umane indispensabili per la nostra evoluzione ed il nostro benessere.

Sono infatti a repentaglio la nostra valutazione,  il filtraggio e l’ analisi del concetto.

Quella che può ben definirsi ingegneria umana del concetto. Rischiamo in sostanza di recepire, leggere, scrivere e rilanciare nell’ etere mediatico quella che è l’ equivalente di una pappa pronta, edulcorata, facile da masticare e digerire,  di scarsa qualità che in definitiva ci fa compiere il minimo sforzo cognitivo.

“Non mi interessa il dato o il concetto finale ma mi interessa il modo con cui io ci arrivo”

Molteplici studi ormai dimostrano che l’ intelligenza artificiale rende più stupidi ma nel contempo viene nutrita una narrazione sempre più pervasiva della sua indispensabilità e imprescindibilità.

Immaginiamo uno chef che per realizzare una torta deleghi tutto sempre ad una macchina. La torta verrà sempre perfetta per quelle che sono le conoscenze attuali recepite dalla macchina, ma lo chef non sperimenta più, non inventa più, non crea, la torta sarà sempre la stessa torta.

Non sto auspicando un ritorno al passato retrogrado e rassicurante. Sto rappresentando, invece, la possibilità vitale per noi uomini di un ritorno all’ elaborazione più lenta ma più appagante e salutare del concetto.

Ad un ritorno alla complessità interpretativa di una informazione, lontana da ogni polarizzazione e strumentalizzazione mediatica.

Di Saverio

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