Stiamo facendo buon uso della nostra libertà? commento e recensione di D.

Non è una novità che l’uomo guardi l’orizzonte e vi riconosca infiniti stimoli, e al contempo i propri limiti. Tra questi la natura ha voluto rientrasse il volo, così è precluso all’umano girovagare a mezz’aria, dire “vado a fare un giro” e sorvolare l’oceano.

Ma l’autore Richard Bach, ex pilota dell’aviazione militare americana, probabilmente quel limite non lo percepisce, e porta il suo lettore ad alta quota.

Infatti la sua creatura, il gabbiano dotato di un nome e cognome- Jonathan Livingston, non pensa solo a nutrirsi e seguire lo stormo, ma è capace di volare in alto come pochi, e fa di quel volo la sua ragione di vita.

Questo lo rende un reietto, incompreso e a tratti demonizzato dai suoi simili, ma non lo tocca, purché possa continuare a volare. Allora se ne va, testa le proprie capacità, vola verso il sole, supera il concetto di finitezza che vive negli altri gabbiani, trova nuovi mondi e insegna ad altri quello che sa.

Semplicemente vive, e lo fa secondo le sue regole. Così, in questa favola, ogni racconto di volo è quel grande respiro che prendi e che si ferma nei polmoni per un attimo, prima di essere espirato. È libertà. 

“Tu sei libero di essere te stesso, il tuo vero te stesso, qui e ora, e niente te lo può impedire.”

Ma è davvero così? Forse è un desiderio che si scontra con la realtà. Dopo gli insegnamenti ai suoi pochi proseliti, la storia si sposta in avanti di duecento anni, quando Jonathan Livingston è ormai un’idea più che una creatura, e come per tutte le idee, il rischio è la sua mitizzazione, o peggio ancora, il suo travisamento. Proprio questo avviene, e nasce un folle culto intorno alla sua figura, divinizzata e svuotata di significato. Il maestoso J.L. diventa il contrario della libertà: diventano riti, superstizioni e cantilene recitate in coro ogni martedì, pietre deposte su luoghi sacri e lontani racconti a cui nessuno crede più. 

A questo punto, infatti, nessuno ha mai davvero visto un gabbiano sfrecciare a duecento chilometri orari.

Eppure un tempo qualcuno lo fece. 

Che sia davvero possibile vivere come Jonathan Livingston? 

Il libro è degli anni ’70, e porta con sé una parte della cultura del suo tempo, ma letto nel 2026 poco cambia sulla domanda che innesca: come singoli e come società, stiamo facendo buon uso della nostra libertà?

Probabilmente, in questo periodo storico la risposta merita attenzione. 

Di D.

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