Servono centocinquantotto pagine per il primo “mi dispiace, non volevo” di Ryle. Lui non ha limiti, mentre Lily si trova a testare i propri quando capisce che la favola perfetta è in realtà una familiare gabbia dorata.
Poco importa che lo stile narrativo sia a tratti posticcio, purché porti anche solo una persona a dubitare che la propria vicina di casa sia caduta dalle scale; purché porti almeno una donna a capire che ogni adulto è responsabile delle proprie emozioni e delle successive azioni.
Non c’è, infatti, una sola colpa o provocazione che possa sostituire la volontà di un altro essere umano, e quando qualcuno si fa vedere per quello che è anche solo per quindici secondi, tanto basta a girare i tacchi.
Eppure lei lo perdona, sorvola, giustifica, spiega in modo disturbante al lettore e a sé stessa perché resta, tanto che viene voglia di bucare la carta e scuotere questa ragazza per le spalle.
Al contempo, sullo sfondo c’è il racconto di Atlas, che è l’immagine della tenerezza e cura: quell’amore che ti salva la vita senza nemmeno saperlo, che non chiede di confondere l’intensità con la profondità del rapporto e non pensa che addomesticare qualcuno sia un atto romantico.
Ciò detto, purtroppo questo libro costringe ad uscire dalle pagine e a prendere atto di una cosa: il fenomeno della violenza domestica rimane spesso sommerso per via del contesto in cui ha luogo. Le dinamiche sociali tengono ancora sopiti certi episodi, che potrebbero non emergere mai o fino al prossimo caso di cronaca.
Per questo motivo, anche se è una recensione, è necessario passare dalla concretezza dei dati dell’ISTAT sul punto, consultabili al seguente link
Ecco perché non è importante che questo libro sia il migliore mai scritto, se il messaggio che veicola riesce ad arrivare a tutti. E così all’ultima pagina è ormai chiaro che una relazione violenta non è un ingranaggio che ogni tanto si inceppa e su cui lavorare, ma è un sistema nervoso che non si fida più e non si sente al sicuro accanto a qualcuno che non cambierà.
L’unica cosa da fare è andare via, in qualsiasi modo, perché non si salvano i matrimoni, ma le persone.



