Riflessioni di Giuseppe

Il giornalismo sui social può essere infido. Molto più di quanto si voglia ammettere. E non riguarda una singola testata: riguarda tutte.

Viene pubblicato il video del funerale di uno dei ragazzi morti nella tragedia in Svizzera. Il feretro è fuori dalla chiesa. La madre, insieme ad altre persone, canta Perdutamente di Achille Lauro. È una canzone che quel ragazzo cantava spesso con la propria mamma. Un gesto disperato, umano, che dovrebbe restare lì, tra chi lo vive.

Invece finisce sui social. Non per caso. Di proposito.

C’è chi si commuove davvero. C’è chi scrive parole sincere. C’è il solito cretino che storce il naso e critica l’esposizione pubblica del dolore. C’è chi attacca chi critica. Ma tutto questo è secondario.

La domanda vera è un’altra: perché quel video è stato pubblicato?Non per informare. Non per raccontare la tragedia. Non per aiutare a capire.

È stato pubblicato per generare click, visualizzazioni, reazioni. Il dolore utilizzato come carburante dell’algoritmo.

Mentre una famiglia vive uno dei momenti più devastanti della propria vita, qualcun altro monetizza l’emozione. Il resto lo fanno i lettori, inconsapevoli o meno: commentano, litigano anche quando non dovrebbero, si dividono.

Fa male guardarlo.

Fa ancora più male sapere che è diventata normalità.

Un pensiero su “Dolore strumentalizzato per un click.”

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