Un articolo sul Festival di Sanremo non avrei voluto scriverlo. Non tanto per la consueta diffidenza — o meglio quel certo snobismo generazionale di chi come me è cresciuto ascoltando i cantautori italiani e le band straniere degli anni Ottanta e Novanta — quanto perché questo Festival, semplicemente, non mi è piaciuto. È sembrata un’edizione fuori dal tempo: nelle canzoni dai temi poco rischiosi; nella conduzione retro’; nel palinsesto costruito secondo schemi che andavano bene negli anni novanta del secolo scorso. Un Sanremo che guarda indietro mentre il sistema musicale e il pubblico, soprattutto, cercano altro. Tanto per cominciare non mi è piaciuta la canzone che ha vinto. La musica è gradevole, l’interprete, Sal Da Vinci, ha una bella voce, è empatico ed ha il carisma dei grandi, ma il testo della canzone, che parla di amore eterno, è di una banalità disarmante:
“Con la mano sul petto Io te lo prometto
Davanti a Dio
Saremo io e te
Da qui Sarà per sempre”.
Le stesse cose potevano essere scritte in modo certamente più raffinato. Il pensiero va naturalmente a Mogol, il paroliere di tutti i tempi che, intervistato da Carlo Conti, nella terza puntata del festival, ha dichiarato che la canzone più bella che ha scritto è quella dedicata alla propria moglie. Non ha detto il titolo e al conduttore è forse sfuggito chiederlo. La canzone comunque e’ “Dormi Amore”, portata al successo da Adriano Celentano. Leggete cosa scrive a proposito dell’ amore per sempre :
“con il vento sulle fronde per te suonerò
Nel silenzio della notte
Le canzoni che amavi
Noi due soli tristi e sereni
Ma ancora uniti
Con altre mani ti accarezzerò.”
Poesia!
Non mi è piaciuta – si fa per dire – la bella di turno ( Irina Shayk), che non conosce l’italiano e mi ha ricordato le vallette mute di lontana memoria; non mi è piaciuto – con convinzione – il bello di turno (Can Yaman), che è bravo come attore, ma a Sanremo sembrava essere stato portato per garantire la par condicio dei belli, uomini e donne.
Non volevo scrivere di Sanremo e non voglio continuare a farlo parlando delle cose, che sono tante, che non mi hanno convinto.
Parliamo di altro, di cio’ che per alcuni, leggendo vari commenti su giornali e social, è sembrato un sacrilegio.
Cristina D’Avena con Bambole di Pezza ha intonato un brano dei Led Zeppelin, i mostri sacri del rock.
C’è chi ha scritto ” sarei voluto morire prima”.
Cristina D’Avena è quella dei cartoni, non puo’ azzardarsi a cantare le canzoni dei led zeppelin.
Il problema è che noi ragioniamo per categorie.
Ci rassicurano.
Ognuno deve recitare la sua parte nella vita. Ognuno è solo il lavoro che fa.
Un giudice non può fare letteratura; uno storico non può parlare di giustizia; un politico non può parlare di canzonette; ed una cantante di sigle per bambini non può cantare hard rock ( neanche per un attimo).
Quando qualcuno fa altro, anche se lo fa bene, rispetto a quello che siamo abituati a vederlo fare ci infastidisce, perché ci ricorda che le persone non coincidono con l’etichetta che abbiamo appiccicato loro addosso.
Una voce non è limitata dal repertorio che l’ha resa famosa. Le doti sono una cosa, le occasioni nella vita sono un’altra.
Ci sono il caso, la fortuna, gli incontri: sono quelli che nella maggioranza dei casi decidono cosa farai, dove ti troverai a lavorare.
Io inizio facendo per 11 anni un lavoro, poi ne faccio un altro e ora mi diletto a scrivere su un blog, domani non so cosa farò. Io non sono nessuna delle cose che faccio, sono uno che porta se’ stesso in quello che fa.
Sto sempre dalla parte di chi, come Cristina D’avena sul palco di Sanremo, porta se’ stesso nel teatro che è la vita.
Sanremo è finito ed ha adempiuto anche quest’anno al suo compito, quello di distrarci dalle cose piu’ gravi e importanti che sono capitate.
Alla fine piaccia o non piaccia lo vediamo tutti (o quasi).


Bella la ricostruzione del testo di Mogol che era sfuggita al conduttore.