Nel reparto libri di un grande supermercato la mia attenzione viene catturata dalla copertina di un romanzo, un giallo per l’esattezza, in edizione economica, dal titolo L’ultimo presagio. In realtà, il costo dell’opera, appena 3,90 euro, e la sua collocazione, in mezzo a manuali che dispensano consigli su come vivere meglio, non lascerebbero presagire nulla di buono. Eppure, ciò che leggo nella quarta di copertina ha tutta l’aria di una storia interessante.

Sono sempre stato attratto dalle storie intriganti. Per questa ragione, più che per amore del diritto, ho trascorso tredici anni della mia vita svolgendo la professione di avvocato, e il penale era il settore che prediligevo.

Narrerò soltanto l’essenziale della trama, per non rovinare il piacere della lettura di questo bel libro.

È la storia dell’omicidio di una giovane immigrata polacca, Zofia Kowalka, che per anni aveva prestato servizio come badante presso un’anziana e ricca signora della Palermo bene, Lilla D’Amico, vedova Rampazzo, morta il mese precedente e che aveva lasciato la giovane senza un’occupazione. L’omicidio della bella badante, avvenuto nella sua abitazione e caratterizzato da evidenti segni di violenza, ha tutta l’apparenza dell’ennesimo femminicidio a sfondo sessuale.

Di questo fatto di cronaca si occupa, dapprima con una certa svogliatezza e poi con crescente determinazione, Fabrizio Corsaro, giornalista di una testata locale palermitana.

Esattamente un mese dopo la morte della giovane polacca, un’anziana donna, Enza Guccione, vedova Caruso, si reca nello studio dell’avvocato Roberto Corsaro, fratello del giornalista, e gli pone una domanda inquietante: «Se mio figlio mi uccidesse, potrebbe ereditare i miei soldi?». Pochi giorni dopo la donna muore e l’avvocato scopre che il suo unico figlio era deceduto vent’anni prima.

Il giornalista e l’avvocato – ed è anche per questo che mi piaceva fare l’avvocato – cercheranno di fare luce su queste due vicende che, pagina dopo pagina, si riveleranno strettamente collegate, portando alla luce verità scomode e mondi costruiti sull’inganno, abilmente nascosti dietro un’apparenza rispettabile.

Il romanzo, a dispetto del prezzo irrisorio – ma ormai sappiamo bene che il prezzo non è più la misura del valore delle cose – è scritto con uno stile narrativo capace di trascinare il lettore. Ti riprometti di fermarti alla fine del capitolo, ma quasi mai ci riesci, perché la curiosità di sapere cosa accadrà dopo ha sempre il sopravvento. Ed è questa, forse, la prova migliore che si tratta di un giallo riuscito.

C’è Palermo in questo romanzo: le sue strade, la sua gente, i suoi modi di dire. C’è una storia avvincente, ricca di colpi di scena; ci sono indizi disseminati con intelligenza, dei quali ci si accorge soltanto alla fine. E ci sono due fratelli, il giornalista e l’avvocato: due caratteri, due modi di vivere e di guardare il mondo apparentemente lontani, ma molto più vicini di quanto sembri.

Salvo Toscano scrive un romanzo che non è soltanto un giallo. Tra le pagine sono disseminate tante piccole verità, raccontate con un linguaggio semplice e uno stile narrativo solo in apparenza leggero, lo stesso con cui parliamo ogni giorno delle vicende della vita. A parlare sono i protagonisti, principali e secondari: personaggi immaginari, ma profondamente veri, nei quali ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.

L’avvocato ricorda che dell’ignoranza è responsabile, prima di tutto, chi e’ colto perche’ non e’ stato in grado di eradicare l’ignoranza degli altri, limitandosi, invece, a tenersi stretta la propria  vera o presunta cultura e ad ostentarla come si fa con una bella automobile o un abito firmato

La giornalista Giulia ci richiama invece alle morti che non interessano a nessuno, agli invisibili, a quei poveri che sopravvivono nelle periferie delle città e dei quali perfino la cronaca giudiziaria finisce spesso per dimenticarsi.

Sempre l’avvocato osserva amaramente che non spetta alla magistratura assumere il ruolo di custode dell’etica pubblica o esprimere giudizi sulla moralità delle persone, come troppo spesso sembra accadere negli ultimi anni (e gli esempi che mi vengono in mente sono tanti) . Alla magistratura la Costituzione e le leggi affidano altri compiti, ben più delicati e importanti.

Infine è proprio il giornalista, il personaggio che all’inizio appare il più superficiale, ad accompagnare il lettore dentro il dramma della depressione, ricordandoci quanto sia facile giudicare ciò che non si conosce e quanto sia difficile comprendere il dolore silenzioso degli altri.

L’ultimo presagio è, dunque, molto più di un buon giallo: è un romanzo che intrattiene, ma al tempo stesso invita a riflettere sui pregiudizi, sulla giustizia, sulla solitudine e sulle tante verità nascoste dietro le apparenze. Quando un libro riesce a tenere insieme il piacere della lettura e la profondità del pensiero, merita di essere consigliato. Questo, senza dubbio, è uno di quei libri.

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