Adulti chi giocano a fare i bambini

Il romanzo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron racconta le giornate di James, un diciottenne che vive a New York e che, a uno sguardo superficiale, potrebbe essere definito un disadattato.

James rifugge la compagnia dei suoi coetanei, preferisce la solitudine al rumore del gruppo, i dialoghi interiori alle conversazioni forzate, e sogna una vita tranquilla in una villa di periferia piuttosto che l’energia frenetica della città.

A fare da contraltare alla sua figura sono la madre e la sorella, perfettamente integrate nella società contemporanea: il loro stile di vita stravagante, superficiale e a tratti surreale sembra incarnare lo spirito della New York del ventunesimo secolo.

James, invece, non riesce a esprimere il proprio disagio. Non rientra in nessun archetipo e, fatta eccezione forse per l’anziana nonna, non c’è nessuno — nemmeno la psicoterapeuta che lo segue — in grado di comprenderlo davvero.

Verso la fine del romanzo, dopo una visita alla nonna fuori città, James prende un treno per tornare a New York e si ritrova circondato da «un’orda di casalinghe di lusso dirette in città a spendere soldi».

È una visione che lo colpisce profondamente: tutte appaiono identiche, vestite con abiti firmati, pettinate allo stesso modo, con le stesse scarpe e lo stesso modo di parlare. Per James quello spettacolo è deprimente, perché infrange una convinzione a cui si era aggrappato: l’idea che gli adulti non fossero schiavi del conformismo, che non si muovessero in branco, che le relazioni sociali non fossero regolate dall’essere o non essere alla moda.

Questa scena induce a una riflessione più ampia: forse noi adulti abbiamo perso la funzione di modello e di punto di riferimento per i più giovani. Aneliamo a restare eternamente giovani, a vestirci, parlare e comportarci come loro, dimenticando gli anni vissuti, le esperienze maturate e la capacità di discernimento acquisita. Ci perdiamo in discorsi insignificanti, in giochi infantili, quasi temessimo di essere presi sul serio.

Eppure i giovani ci osservano. Non cercano compagni di giochi né adulti che fingano di essere loro coetanei. Cercano punti di riferimento solidi, figure in cui potersi riconoscere e a cui guardare con fiducia. Vogliono poter dire, un giorno, che da grandi desiderano essere come noi siamo adesso.

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