Tempo fa una nota presentatrice italiana nell’intervistare una giovane Lady Gaga, le chiese, anche con una certa insistenza che provocò un po’ di comprensibile fastidio nell’interlocutrice, di rivelare al pubblico il suo nome vero. La cantante in modo educato rispose “Lady Gaga”, tuttavia la presentatrice, noncurante della risposta, la prese a chiamare col suo nome originario “Angelina Germanotta”.

Il video di recente è tornato, non capiamo il motivo, a spopolare sui social, con imbarazzanti commenti – dai quali prendiamo le distanze – nei confronti della improvvida presentatrice. Essa, spinta dal desiderio di rendere la star più vicina al suo pubblico, non si accorse che lei voleva semplicemente essere riconosciuta per quella che era diventata: perché lei adesso era Lady Gaga!

Eppure succede spesso: alcune persone hanno il bisogno di attribuirci un’identità che rimanda a ciò che siamo stati, a come magari loro ci hanno conosciuto, o a come desiderano che rimaniamo. È come se, per rassicurare se stessi, volessero incasellarci in una versione fissa e immutabile di noi, ignorando chi siamo diventati e chi scegliamo di essere.

E qui nasce una riflessione più ampia. La stessa dinamica si ripresenta quando si parla di genere. Se io, pur avendo un corpo maschile, mi riconosco come donna, o viceversa, allora tu – società, stato, istituzioni e singoli individui – devi trattarmi come tale. Non perché “lo pretendo”, ma perché è ciò che sono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *