Un pomeriggio di maggio mi aggiravo in libreria, con la speranza di trovare qualche risposta tra le righe, e invece trovo un romanzo che è l’esatta fotografia di tutto ciò che non volevo guardare. La spinta che ti dice che un conto è stare e sentire il dolore, un altro conto è abitarci, arredarlo, fino a non sapere più come andare via, perché a volte è più facile restare immobili, impantanati in vecchie credenze che col tempo nemmeno ci appartengono più. E infatti è anche vero, non sempre si può traslocare da soli, da un posto o da sé: dipende da quanti bagagli o scatoloni ti porti sul petto. Però a volte c’è qualcuno disposto ad aiutare, se solo lo chiediamo.

Così il primo passo è squarciare il velo della solitudine, di quella convinzione di essere un microcosmo a parte che nessuno può capire o vedere davvero, e poi provare.

Provare a lasciare andare. Provare e trovare qualcosa di nuovo, di semplice, di forte o noioso che sia, purché sia vivo. E poi riprovare quando non va, perché non andrà, e poi ritrovare.

Così, per risalire dall’apatia in cui è piombata, la protagonista dovrà fare ogni giorno per dieci minuti una cosa mai fatta prima, che è come dire “prenda dieci gocce di coraggio”. Nulla di estremo, al massimo ruba uno yogurt, al massimo li passa in silenzio con suo marito.

E che succede se lasciamo dieci minuti di silenzio in tutte le relazioni? Se non riempiamo i vuoti, se ci guardiamo negli occhi? Succede che sentiamo i non detti.  

Forse tutto questo non ha senso, né le elucubrazioni né gli esperimenti da dieci minuti. 

Può darsi. Chi ha voglia di cambiare? 

Ma se ogni giorno è una nuova micro-vita tutti siamo costretti a scomodarci e rinascere. A diventare la somma delle possibilità che scegliamo di darci, e l’insieme di ogni cambiamento che ci ha trovato disarmati. Forse è questo “crescere”: inglobare così tante esperienze da non poterle più scindere da sé. Smettere di essere e iniziare a diventare.

In fondo ci sono Concetti, Luoghi e Persone a cui ci riferiremo sempre con la lettera maiuscola, e va bene così, siamo diventati chi siamo passando di lì. Però c’è una grossa differenza tra statico e dinamico, tra ciò che si spezza e ciò che si flette, e prima si sviluppa questa capacità di movimento, meglio (si sta) è. “Panta Rei” – tutto scorre, anche quando proprio non ce la fai, dieci minuti alla volta. 

Di D.

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